Post Scriptum. Un museo dimenticato a memoria

- 4 Ottobre 2024
- 16 Febbraio 2025
MACRO, Via Nizza, Roma, RM, Italia
Con la collettiva polifonica «Post Scriptum. Un museo dimenticato a memoria», da venerdì 4 ottobre fino al 16 febbraio, Luca Lo Pinto chiude il quinquennio di direzione artistica del Macro. È una mostra senza un tema preordinato e senza confini, «apparentemente schizofrenica» dice Lo Pinto «nella sua libertà assoluta».
Disseminate su tutta la superficie del museo, le opere di trentasette artisti italiani e internazionali compongono una sinfonia modernissima e straniante, in cui il pubblico può decidere quali strade e quali storie seguire. L’unica nota disarmonica e stridente non è nella mostra, ma nel capitolo finale di questi cinque anni di vita del museo: trentaquattro opere appositamente commissionate, nel corso del quinquennio, a giovani artisti italiani, torneranno ai rispettivi autori. La Sovrintendenza Capitolina – proprietaria dell’edificio e della collezione storica del Macro, da molti anni non visibile – non le vuole. La situazione di stallo è frutto di una contraddizione: la governance del Macro dipende da Palaexpo, la proprietà ricade invece sulla Sovrintendenza.
In attesa che si sciolga questa annosa questione, il Macro accoglie i visitatori presentandosi – continua Lo Pinto – «come una macchina da mostre. È un programma che non si esaurisce, ma si chiude con coerenza, rifiutando la struttura verticale del museo, per mettere al centro lo sguardo del visitatore». Sguardo che, in alto, vede i pupazzi di Charlemagne Palestine, ironici deus ex machina di peluche, e in basso la Madonna ottocentesca di Garutti, al cui interno si cela un dispositivo che ne innalza la temperatura. Sembrano emanare calore, oltre che luce, le sculture-lampade di Thomas Hutton, poste in relazione con i disegni di Simone Forti, tenui e delicati come la luce fioca che illumina appena l’ambiente in cui le opere sono installate. Ancora pupazzi, ironici ma sottilmente minacciosi, sono quelli che Alex Bag ha posto in vari angoli del museo. Nei loro abiti firmati, torturano altre bambole oppure cercano, in preda a impulsi suicidi, di porre fine alla propria vita di plastica.
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