Statue di Buddha nella terra di Yamato

Via Antonio Gramsci, 74, Roma, RM, Italia

La mostra fotografica Statue di Buddha nella terra di Yamato all’Istituto Giapponese di Cultura, a cura di Shirai Sayuri e Maria Cristina Gasperini, presenta 60 scatti di Ogawa Kōzō, attraverso i quali l’artista giapponese racconta l’iconografia del pantheon buddhista della zona di Yamato, terra che ospita i templi più famosi e frequentati di tutto il Giappone. Le fotografie esposte in mostra, raffiguranti i Buddha, i Bodhisattva, i Generali Celesti e le Kannon, realizzati tra il VII e il XIII secolo, ci rivelano le radici nascoste e segrete dell’anima del popolo giapponese.

Con “Terra di Yamato” si usava indicare la città di Nara fino al XIX secolo. Il periodo Nara infatti (710-794 d.C.) fu un’epoca fondamentale della storia del Giappone, durante la quale fu stabilita la prima capitale permanente del paese, Heijō-kyō (l’odierna Nara), caratterizzata da un forte governo centralizzato sul modello cinese, da un fiorire dell’arte e della letteratura buddhista e dalla costruzione di templi imponenti. La città di Nara raggruppava il palazzo dell’Imperatore, centro delle attività politiche e amministrative, e un gran numero di templi, fatti costruire dal governo. Per questo motivo l’antica capitale è considerata la città emblema dell’arte buddhista: numerosi artisti vi realizzarono alcuni fra i più grandi capolavori della statuaria di riferimento.

Nell’epoca di Nara -VIII sec. – la scultura attraversò tre periodi differenti, segnati da altrettanti stili: gli anni della genesi (inizio del secolo), l’età classica o aurea (verso la metà del secolo) e la nuova era (seconda metà del secolo). Il primo periodo fu segnato dal completamento delle sculture del tempio Hōryūji, il secondo periodo fu invece contraddistinto dalla fusione della gigantesca scultura del Tōdaiji, il Grande Buddha – la più grande statua di Buddha del Giappone (14,98 metri d’altezza) – iniziata nel 747 per volere dell’imperatore Shōmu (701-756). L’ultima fase infine corrisponde alla venuta dalla Cina, nel 753, del monaco Ganjin, che nel 759 fondò il tempio Tōshōdaiji introducendo nuove dottrine filosofiche e un nuovo stile statuario. La decorazione interna di questo tempio segnò una svolta decisiva nell’arte giapponese, anche se fu l’ultima ad essere realizzata in lacca secca, tecnica caduta in disuso per ragioni economiche e ormai riservata solo a opere di altissimo livello. Da allora, il legno divenne il materiale d’elezione nella raffigurazione delle immagini del pantheon buddhista.

Ogawa Kōzō (1928-2016) è nato a Nara, terzo figlio di Ogawa Seiyō, fotografo specializzato in statue buddhiste e fondatore del laboratorio Asukaen nella stessa città. Dopo la guerra, deciso a intraprendere la carriera artistica, studiò pittura giapponese e occidentale presso l’Istituto di Arte annesso al Museo della Città di Osaka. Nel 1950, in seguito all’entrata in vigore della Legge sulla protezione dei beni culturali, su incarico della Commissione preposta (l’attuale Agenzia per la Cultura) si dedicò per cinque anni alla fotografia della statuaria buddhista in tutto il Paese. Nel 1957 tenne la prima mostra personale presso i grandi magazzini Hankyū di Osaka. Dopo vari tentativi alla ricerca della corretta resa cromatica richiesta dalla fotografia a colori e di un’illuminazione d’impatto, giunse a una tecnica che prevedeva l’uso di specchi per far circolare la luce naturale all’interno della sala e fotografare le sculture.

Tutti i prezzi, se non dettagliatamente specificato, sono al netto di eventuali diritti di prenotazione e commissioni di agenzia.

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Istituto Giapponese di Cultura

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